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Delegato per le politiche di pace : Jeff Hoffman
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno,è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti : accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” ( I. Calvino, Le città Invisibili) La parola pace da un punto di vista etimologico ha origine da una radice indoeuropea che significa pattuire, fissare. Da questa considerazione si può facilmente comprendere come i comportamenti quotidiani possano essere aggressivi o pacifici, e che una modalità di comportamento non conflittuale può essere appresa da chiunque. Per sviluppare questa cultura ed incentivare comportamenti virtuosi è necessario affiancare all'approfondimento e all'impegno sociale momenti di riferimento in grado di promuovere stimoli comuni e iniziative di diffusione di comportamenti non violenti, questo si prefigge il settore e la stessa Associazione. Pace e nonviolenza sono interpretati da molti come atteggiamenti passivi, mentre il significato di ambedue i termini richiama tutto fuorché la passività, conoscendone il significato. Dal punto di vista storico, se si risale alle radici della politica nonviolenta si apprende che sin dall’inizio le azioni intraprese in queste senso sono state tutto fuorché passive. La prima azione nonviolenta è datata 11 settembre 1906, tanto per dare una valenza positiva ad una data che altrimenti richiama alla memoria solo l’atto criminale non del tutto chiarito delle torri gemelle, quando invece, in quello stesso giorno di tanti anni prima è partita la protesta guidata da Gandhi e meglio conosciuta come “la marcia del sale”. La pace ed il pacifismo guardano ben più lontano che alla “semplice” assenza di guerre. Riguardano prima di tutto la scelta di un indirizzo culturale che andrà a stimolare un atteggiamento mentale e un’etica comportamentale capace di cambiare le priorità e gli obiettivi, sia a livello locale che globale mettendo la pace alla base di ogni sistema organizzativo, familiare, locale, nazionale e internazionale. Una delle sterili questioni poste all’interno dei movimenti giovanili in questi ultimi anni, destabilizzando gli attivisti meno preparati, era l’improponibile domanda su come risponderebbe un nonviolento davanti ad un’aggressione nazi fascista simile a quella della seconda guerra. Più volte mi è stato chiesto in tono aggressivo: “Allora secondo te i partigiani dovevano farsi ammazzare senza combattere?” La risposta è palese, certo che no. Essere pacifisti significa partecipare ed innanzitutto influenzare allo stesso atteggiamento gli eventuali “nemici”, se possibile, e dare alla cultura la direzione della nonviolenza su tutti i livelli, ma non vuol dire che davanti ad uno squadrone nazista col fucile alla mano l’atteggiamento giusto sia quello di farsi ammazzare sorridendo o offrendo fiori, anche perché lo scenario è assai diverso, non rassicurante ma del tutto diverso. E’ l’economia a guidare il corso degli eventi, non il terzo reich. Le battaglie civili da combattere adesso possono essere combattute a colpi di cultura e di politica. Lo scontrarsi di posizioni sul pacifismo all’interno degli stessi movimenti è quello che ha permesso la censura delle proposte provenienti dall’adesso più maturo social forum, destabilizzando l’opinione pubblica del 2001 con immagini di violenza selvaggia quasi sempre pilotata da chi mirava al silenzio dei movimenti e della società civile. La nonviolenza non è una faccia progredita del “make love and not war”, ma un’espressione di partecipazione attiva e di profonda consapevolezza del fatto che l’unica soluzione a qualunque tipo di conflitto fra più parti è quella portata dal confronto e dalla discussione, soppesando obiettivamente danni e vantaggi per ognuna delle parti in gioco e trovare la soluzione ideale per tutti. Questo è ben diverso dal subire passivamente, significa proporre, in teoria ed in pratica, alternative nuove a favore delle parti in gioco e della collettività come insieme delle stessi parti. gioco. Per fondare una cultura della pace è indispensabile contrastare il processo di disumanizzazione che comporta l’inserimento “dell'altro” in una categoria non umana. Processo stimolato dal peggio di una cultura cattolica che è sempre stata fortemente presente nell’ambito scolastico e sociale fino ad influenzare lo stato, per questo il nostro impegno, come volontari e dirigenti dell’Associazione, investe i diversi settori dell’intero tessuto sociale. Dalle politiche di pace agli impegni contro l’esclusione sociale e il razzismo esaminato in tutte le sue forme, compreso le più subdole. Uno dei mezzi più comuni di propagazione di questo processo è senz’altro il pregiudizio. La tendenza a demonizzare il nemico, l'altro, come spesso fanno i mass media allargando le distanze che separano noi dagli altri e aumentando l’aggressività e la distruttività sempre più intense e radicate nel costume quotidiano. Una demonizzazione dell'altro che crea un meccanismo di difesa da ciò che di negativo rifiutiamo di noi stessi come persone e anche come gruppo sociale, quindi come società debole alla ricerca del capro espiatorio. Lo scopo del settore è quello di lavorare a favore di un inversione di tendenza culturale. Stimolare all’assunzione di responsabilità anche attraverso la partecipazione alla politica, unico strumento che ci permette di partecipare alle decisioni e contribuire ad una cultura diversa fondata sui valori di libertà e di pace in nome del diritto. Il valore della pace è alla base del sistema sociale che auspichiamo. Pace come ricerca di soluzioni cooperative ai conflitti. Pace come azioni che incoraggino l’uso e la maggior diffusione fra cittadini ed amministrazioni di forme di finanza etica come quella praticata da “Banca Etica”. Pace come diritto all’informazione. Pace come rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana e come fondamenta di quella europea. Pace perché l’umanità ne ha diritto. |