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Scritto da Jeff Hoffman   
martedì 12 febbraio 2008
Benazir Bhutto, uccisa il 27 dicembre 2007. Ingrid Betancourt, sequestrata sei anni fa. Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari da dodici anni.
di Tiziana Bartolini (dal sito www.noidonne.org)

Una uccisa, una sequestrata, un’altra imprigionata nella sua stessa casa. Benazir, Ingrid e Aung San sono tre donne con storie diverse e con percorsi molto lontani per origine e radici culturali. Eppure i loro cammini sono legati da un fil rouge che riconduce quelle esistenze ad un unico comun denominatore: il bisogno di impegnarsi per migliorare le condizioni di vita nei loro Paesi, per costruire la democrazia dove non è mai arrivata. E di farlo mettendosi in gioco del tutto, a costo di rischiare la propria vita. Su Benazir Bhutto, uccisa in un attentato dai foschi contorni il 27 dicembre scorso, riportiamo in questo numero alcune testimonianze di donne italiane che, avendola incontrata o conoscendo bene gli scenari politici in cui si è mossa, ne valutano in modo diverso l’operato da Primo Ministro del Pakistan. Concordano, queste testimonianze, nel riconoscerle una determinazione non comune e molto, molto coraggio.
A Ingrid Betancourt abbiamo dedicato la pagina della donne del mese nella ricorrenza del sesto anno trascorso da prigioniera nella giungla in mano alle FARC. Intorno alla sua auspicabile liberazione si gioca una partita delicata sulla tenuta del sistema di potere colombiano. La questione, molto complessa, è all’attenzione della comunità internazionale ma non è detto che ciò possa bastare a determinare la liberazione sua e degli altri ostaggi.
Seguiremo con attenzione l’esito dei contatti in corso per arrivare alla liberazione dagli arresti domiciliari in cui è costretta da dodici anni la Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Le cronache ci hanno raccontato che la leader dell’opposizione birmana ha partecipato simbolicamente alla marcia pacifica dei monaci contro il regime militare che affligge il Myanmar da oltre quarant'anni affacciandosi, in lacrime, dalla sua residenza a Yangon. Una donna che hato molto alla politica e che ha ancora un cuore grande, evidentemente.
Che dire di queste donne che, a cavallo di due secoli, hanno deciso di svolgere un ruolo significativo ed estremamente scomodo nel corso della storia dei loro Paesi? Sono tenaci, certo. Ma forse è ingeneroso limitarsi a questa considerazione.
Sono donne che hanno fatto le loro scelte nella consapevolezza delle difficoltà che le avrebbero aspettate e c’è da aggiungere che, nonostante le situazioni ad altissimo rischio in cui si muovevano, non si sono arrese di fronte alle fatiche e ai pericoli.
Il loro essere in politica, nei rispettivi Paesi e nelle differenze oggettive, non le ha facilitate, ma anzi ne ha reso più difficili e a rischio i percorsi. Donne uguali agli uomini, dunque, nella relazione con il Potere o nel modo in cui il Potere tratta i nemici. Semmai ci può essere un maggiore accanimento per il fatto che queste donne giocano un doppio ruolo come nemiche, sia come oppositrici politiche che come appartenenza di genere.
Questa ultima è decisamente un’aggravante dal punto di vista di chi intende conservare gli equilibri, politici ma anche maschili e patriarcali. E’ una ragione in più per reprimere, perseguire, perfino uccidere. Non si può accettare, dal loro punto di vista, l’eventualità che attecchisca una visione diversa del Potere, un uso alternativo della politica. Forse sarebbe il caso che le donne, quelle dell’Occidente soprattutto, cominciassero a mettere nelle loro agende delle politiche di genere una maggiore attenzione alla sorte di queste donne, aumentando lo spazio per la solidarietà e la sorellanza rispetto alle  divisioni di parte.
Se di guerra mondiale preventiva da parte del potere maschile si tratta, allora quella che le donne devono combattere per avere una minima speranza di  ottenere dei risultati deve essere giocata allo stesso livello,visto che le armi a nostra disposizione sono di altra fattura. Forse questo ventunesimo secolo potrebbe consentire alle donne di vincere qualche battaglia, magari sollecitando le poche di noi alla guida di nazioni e inventando alleanze inedite, proprio perchè al femminile.
 
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