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Pagina 2 di 2  La narrazione parte dal nonno che è il capostipite di una genealogia maschile e dei ruoli che esso interpreta…… Cominciò dalla storia del nonno paterno, l’emigrato italiano arrivato in America Latina dopo una lunga traversata di giorni e giorni su una nave mercantile.- Tuo nonno mise piede nel Nuovo Mondo il giorno che compiva 35 anni, età difficile per adattarsi ad una nuova vita. Infatti si era trovato spaesato e a disagio a lungo; i primi mesi aveva provato ad essere molto gentile e sorridente con tutti, cercando di riuscire simpatico, ma, vedendo la diffidenza delle persone nei suoi confronti, si era trasformato in un uomo molto chiuso e aveva iniziato a percorrere in continuazione vari paesi come un vagabondo, senza mai trovarsi bene da nessuna parte . Nelle parole della narratrice Justina sono condensati shock dell’impatto tra immigrato e nuova cultura, spaesamento, rifiuto dell’accoglienza, tentativo di radicare la propria diversità attraverso una chiusura ghettizzante che si concretizza da un punto di vista nel mancato inserimento sociale e lavorativo: Pietro per molto tempo svolgerà i lavori più umili e faticosi. Siamo, dunque, nella tradizione della letteratura dell’emigrazione dove per dirla alla napoletana, l’emigrato è carne ‘e maciello. Ma in questo contesto è significativa la scelta dell’emigrazione, la frattura della partenza è determinata non da una necessità di sopravvivenza economica, ma dalla necessità di sfuggire alla guerra, al non voler rendersi responsabile di un massacro, una scelta di libertà e di amore che attraversa tutto il racconto. Nella trama della vicenda questa motivazione è resa in una efficace espediente narrativo, ovvero un sogno: Patricio quella notte sognò il nonno paterno, un italiano partito per l’America fuggendo dalla guerra. Si chiamava Pietro Amato e da bambino aveva già respirato l’odore delle armi e del sangue provocato dalla prima guerra. Poi, per non essere travolto un’altra volta da quella furia folle e assassina che ciclicamente prende e acceca gli uomini e che si precipitava a coinvolgere di nuovo la sua patria quando lui era già uomo, preferì fuggire il più lontano possibile e non essere partecipe di quella pazzia. È l’amore infatti che riesce a integrare Pietro, a far coniugare una doppia diversità, quella del circo di cui fa parte la nonna india Dulce e quella del nonno italiano che viene considerato inizialmente troppo vecchio e diverso, quello straniero dal parlare accentuato e poco chiaro, …… E poi, la cosa più intollerante era il colore della sua pelle, troppo bianca, scolorita, come se non avesse mai visto il sole , come se gli mancasse qualcosa. Siamo di fronte ad una diversità che si configura lontana dallo stereotipo dell’emigrante italiano terrone e mediterraneo dai tratti scuri e levantini, qui c’è una diversità in cui manca il sole, il colore, fatta di evanescenza più che di eccesso. Un italiano che riesce tuttavia ad inserirsi in una particolare comunitas, quella del circo, in cui può dare prova delle sue capacità, del suo eclettismo come accade ai protagonisti del Film Babilonia di Olmi, in cui l’emigrazione italiana agli inizi del Novecento arricchisce di manodopera artistica la nascente indusrtia del cinema, offrendo una risoluzione in positivo ad un percorso di mutamento e di integrazione. Nel racconto si evidenzia come in una società multiculturale non si ci sente parte di una patria-nazione, di ascendenza ottocentesca, ma si diventa parte di una comunità in cui le relazioni sono dettate da autentiche affettività. Ruoli, relazioni, destini identitari sovrapposti, ma coniugati. Relazioni amorose che costituiscono un altro elemento fondamentale dell’antropologia dell’emigrazione, come l’amore tra Pietro e la Dulce nella prima generazione, ma anche quello tra Joaquin e Justina che non produce un nucleo familiare tradizionale, ma, attraverso una singolare scelta di libertà, una famiglia monogenitoriale che consente al maschio di continuare la sua scelta di vagabondaggio. …..Ma Joaquin se ne era andato lasciandomi incinta di te. Qualche giorno prima della sua partenza gli avevo accennato i miei dubbi, ma lui si era arrabbiato molto e mi aveva detto che era come un cavallo selvaggio che niente e nessuno doveva fermare. Letteratura dell’emigrazione e dell’immigrazione allo stesso tempo: il giovane Particio cerca di riappropriarsi delle sue radici, vuole conoscere i nonni che sono il suo passato per poter poi andare in Italia e coniugare passato e futuro. Andare e tornare in una sospensione del sé tipica della complessità delle identità attuali frammentate e composte, plurime, ma alla ricerca di una unità. Patricio rifletté molto sui nonni, erano un’ancora con terre lontane e vicine; il suo passato, fino ad allora sconosciuto ed incerto, era diventato molto luminoso e ,dopo i racconti della mamma trovò tanta serenità e maggiore curiosità . Un destino di erranza, il suo, che non destabilizza in uno spaesamento angosciante, ma che rende possibile coniugare più diversità. L’incontro con il passato rende percepibili quegli immaginari sull’Italia come paradiso da raggiungere: l’immaginario dell’emigrato, che ha conservato un suo ricordo del paese abbandonato, è messo a confronto con quello di colui che vuole raggiungere una nuova destinazione immaginata, ma mai conosciuta. Il nonno Pietro e Patricio sono speculari e antagonisti in questa visione dell’Italia. Patricio vide sé stesso in quell’uomo meraviglioso, si emozionò in tal maniera che il suo viso diventò paonazzo e rimase immobile, incapace di fare un passo in avanti. Pietro gli andò incontro, si fermò un poco a guardarlo e poi si abbracciarono a lungo, senza che nessuno potesse proferire parola. Patricio sentì le lacrime del nonno sulla guancia fondersi col pianto dei suoi occhi e così scoprì che piangere era la cosa più degna degli esseri umani . Nostalgia e incontro, riappropriazione e commozione, sentimenti autentici dell’erranza che superano anche stereotipi di genere sedimentati nella tradizione eurocentrica per cui il pianto non si addice agli uomini che invece in questo incontro lo vivono come la cosa più degna degli esseri umani e non come la più disdicevole per un vero uomo. È a questo punto del racconto che i destini e le motivazioni delle due generazioni si incrociano : Pietro, che con l’età e la sua vita nomade era diventato saggio, lo consigliò nei giorni che passarono insieme di lasciar perdere l’Italia, ……Gli disse che i paesi, quando si arricchiscono, diventano egoisti e nevrotici, come le persone; e che ci sono uomini capaci di fare cose atroci, e gli parlò delle guerre. L’emigrato Pietro non soffre della tradizionale nostalgia del ritorno, ma vive ed ha vissuto in una dimensione di aderenza a nuove dinamiche sociali e simboliche che si sono sedimentate anche con sofferenza, ma che hanno dato equilibrio e serenità. Il vecchio nonno vuole evitare la disillusione al giovane nipote di un impatto con la vera Italia e tenta di raccontargliela alla sua maniera, proteggendolo, ma Patricio sembra deciso….Ascoltava soltanto le cose positive, e chiedeva di quelle città con piccoli castelli, muraglie alzate nel passato per difendersi dai pirati; delle donne italiane che immaginava bellissime; del Colossseo e di personaggi sublimi come Raffaello, Michelangelo, Leonardo. Il nonno allora, smise d’insistere e, ripensando alle cose belle della sua vecchia terra, cominciò a sfogliare con suo nipote tanti bei ricordi, compartendoli per notti intere anche con la sua amata Dulce.. Un’Italia che assume la connotazione di un luogo utopico dove sono presenti tutti gli elementi essenziali dei non-luoghi dell’utopia: bellezza, amore, conoscenza, ricchezza seppure individuati all’interno di una dimensione storica. Non il luogo della miseria contadina e del dolore quotidiano, della sopravvivenza, della fame tante volte evocata nella scrittura dell’emigrazione, ma una nostalgia fatta di desiderio di andare per affrontare una sfida. Si delineano così quelle identità liquide che restano sospese cosi come quella di Patricio il quale resta come su una soglia, raccogliendo tutte le sue radici come su di una corda tesa, così come la madre andava sul filo facendo il suo numero da funambola. Arrivato al porto, si fermò ad ammirare la magnifica nave ormeggiata, pronta, di lì a qualche ora, a salpare verso l’Europa. Stava lì in attesa ….quando, proveniente dal centro del porto, ascoltò il suono di un violino, e la musica lo ridestò dai suoi pensieri. Era una carovana di un circo appena sbarcato, ………..e una donna giovane bella seguiva la processione …..Lo sguardo di Patricio incrociò i bellissimi occhi della ragazza………Si ritrovò immobile, lo sguardo perduto……pensò all’Europa…….Poi cercò il circo ……mentre sentiva ancora su di sé gli occhi di quell’incantevole ragazza. Rimase lì in mezzo alla banchina senza muoversi e, per la prima volta nella sua vita, non sapeva cosa fare. Così la logica del ritornare al paese della origini è una andare e tornare, uno stare fermi in cui la concezione del tempo è caratterizzata da una circolarità globalizzante in cui passato e presente ritornano nelle trame del racconto, gli incontri sembrano ripetersi identici e tuttavia mai uguali. Il circo, la nostalgia, le radici, gli immaginari, tutto è ripreso in una ricerca di senso delle appartenenze delle radici che fa dell’Italia e dell’uso della lingua italiana, qualcosa di nuovo e antico allo stesso tempo. L’italiano utilizzato è essenziale, semplice nella sintassi seppure mutuato da una forma di costruzione cara alla scrittura latino-americana, ma nel racconto, quello che mi sembra più significativo, è che sono intuite, come spesso accade agli scrittori, possibili risoluzioni dei percorsi dell’erranza e nuove problematiche in una etnografia inconsapevole della modernità che fa del testo letterario uno dei campi di ricerca più proficui dell’antropologo. E’ in tal senso che questo testo letterario sembra individuare nuove possibilità dell’antropologia dell’emigrazione: nuove costruzioni di memoria nelle quali si cerca di coniugare, superare le fratture, le lacerazioni esistenziali del distacco, sia esso dettato dalla partenza del nonno dall’Italia, sia della partenza del nipote per ritornare in Italia. Un emigrante italiano che non parte per costruire un futuro guardando al passato, in funzione di un ritorno visto come rivincita, ma si confronta quotidianamente, seppure attraverso una vicenda surreale e fantastica, con la fluidità delle situazioni, se ne appropria e le condivide. Consapevole della relatività e fluidità di ogni immagine identitaria, che definisce un universo di affetti liberi seppure densi di tensioni e comprensione come quello tra madre e figlio: Patricio tornò da Justina, la quale, pur senza chiedere niente, sapeva già tutto……..Si era data da fare per non essere un peso nella coscienza del figlio che, a sua insaputa e diversamente dal padre era un ragazzo molto sensibile e responsabile. C’è una magia della risoluzione che il letterato produce quasi inconsapevolmente, dando prova di un’efficacia che lo studioso delle diverse scienze sociali talvolta a fatica e solo dopo un lungo percorso di riflessione e di relazione con il reale riesce a elaborare. Nella scrittura di Martha Elvira Patiño c’è una definizione dell’Italia che attraversa l’oceano, che vive del respiro del Mediterraneo e non dimentica le sue radici indie, ricche degli umori di una foresta pluviale.
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